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Come contadini ci riprendiamo la parola perché, se non lo facessimo, altri lo farebbero per noi ed, allora, il falso uscirebbe dalle nostre bocche.

PER UN NUOVO RACCONTO DALLA TERRA
(lettera al movimento per la Sovranità Alimentare,
agli uomini e alle donne che vivono la terra e il mare)

Nel lungo cammino di oltre venti anni di iniziative nel percorso di Altragricoltura, abbiamo sempre tenuto ben presente l’approccio pedagogico alla ricostruzione di una consapevolezza infranta dal venire avanti della modernità.

Ricostruzione e non rifiuto perché, di per sé, il termine “modernità” non dovrebbe essere associato a contenuti negativi; il tema del passaggio alla modernità delle nostre società e l’impatto che il mondo rurale e tutta la società nel suo rapporto col cibo e il territorio ha subito nella trasformazione dell’ultimo secolo non può essere risolto semplicemente in termini di “rifiuto”.

Il punto è che il modo in cui la “modernità” si è sviluppata dal dopoguerra ad oggi e, in particolare, la forma che le nostre società hanno assunto per effetto della globalizzazione neoliberista negli ultimi decenni non solo è criticabile ma è un dovere morale e un’urgenza concreta trarre un bilancio del processo.

Bilancio che non può essere sbrigativo nel definire la contabilità dei costi e dei ricavi sociali perché investe per intero l’assetto delle nostre società e delle relazioni al loro interno ma, anche, lo stesso rapporto fra il genere umano e la natura, le altre specie viventi sul pianeta, la mutazione biologica, culturale e materiale delle relazioni fra i viventi.

Bilancio complesso che coinvolge tutta la nostra struttura economica, culturale e sociale, che, dunque, chiama in causa direttamente il giudizio sul capitalismo vincente che ha imposto e impone i ritmi di questa trasformazione ma che, per chi come noi lavora nella terra e sul mare, fra chi produce il cibo e gestisce per questo il territorio, fra chi si relaziona al cibo considerando la sua qualità e la sua natura sociale (quali sono i suoi contenuti, come viene prodotto in che misura e con quale qualità sia possibile accedervi) come un indicatore fondamentale che segna la soglia dei diritti civili collettivi, una considerazione è tanto naturale quanto ovvia.

Se, dopo decenni di cura di questo capitalismo globalizzato, le povertà aumentano, se la terra soffre fino al punto che i cambiamenti nell’equilibrio ambientale mettono in discussione la vita stessa sul pianeta, se il cibo perde rapporto con i territori e la sua produzione non ha più radici capaci di tenere le comunità, se l’agricoltura e la pesca diventano reparti all’aperto della produzione industriale che distrugge risorse invece che conservarle e riprodurle, se la funzione antica del commercio e degli scambi si è convertita in speculazione finanziaria dopo aver trasformato il cibo in una commodity, se nel nostro Paese produrre perde significato e, mentre dilaga la demagogia del Made in Italy, chiudono le aziende produttive e continua a mordere il caporalato nelle campagne, allora il giudizio non può che essere dato.

Quando, poi,  accade, come sta accadendo in questo marzo 2020, che, di fronte alla pandemia del Covid19 siamo costretti a prendere atto che  il nostro Paese  si scopre arretrato (con le reti informatiche che, quando esistono, non reggono), fragile ed esposto perché non produce più molti dei presidi di cui ha bisogno (scopriremo presto quanto ciò sia vero per il cibo), debole e disarmato perché le funzioni pubbliche fondamentali come la sanità e la scuola sono state smantellate per inseguire il primato del mercato come i migliori dettami della “modernità neoliberista” vogliono, allora il giudizio è urgente.

Mentre la maggior parte di noi cedeva al racconto di un’Italia come Paese “moderno”  tanto da essere essere una delle grandi “potenze industriali moderne”, subivamo una trasformazione profonda in nome di una visione sociale e politica “neoliberista” e al suo altare sacrificavamo molti dei nostri assets e delle nostre risorse che erano costituenti la nostra storia, cultura e struttura economica e ambientale.

Fra questi l’agricoltura, archiviata ormai, già da tempo per la verità, come uno dei lasciti del passato fino ad introiettare dentro di noi l’idea stessa che “lavorare la terra” fosse una funzione subalterna; tanto il cibo si trova nei supermercati. Alla parola stessa “agricoltura” (per non parlare della parola “contadini”) abbiamo preferito la parola “agroalimentare” beandoci e vantandoci dei numeri sempre in crescita dell’export agroalimentare per dire che noi abbiamo un “agroalimentare forte”.

Già! Solo che una cosa è l’agricoltura e altra è l’agroalimentare. Una cosa sono gli agricoltori e i braccianti (ma anche i pescatori e i mozzi imbarcati sui pescherecci) e una cosa i padroni della commercializzazione. Una cosa sono gli allevatori che sudano con le loro vacche, le loro pecore e i loro maiali tutti i giorni e una cosa l’industriale del latte che gioca sui dieci centesimi di speculazione per vincere la scommessa sul mercato della competizione globale.

In una gigantesca operazione di falsificazione della realtà raccontata dai ceti dirigenti e dalla comunicazione subalterna (dai sindacati compiacenti come la Coldiretti per esempio), il Made in Italy diventava l’agroalimentare degli industriali e della speculazione commerciale mentre sotto i nostri occhi dilaga la povertà nelle campagne e il cibo diventa sempre più “insicuro” tranne per chi può permettersi di pagare a caro prezzo quello griffato. Operazione demagogica e manipolatrice dell’opinione pubblica che, nella migliore delle ipotesi, indica i nemici del  Made in Italy sempre e solo nei “delinquenti stranieri” che falsificano il “Parmesan” invece di raccontare dei molti speculatori e dei molti meccanismi che in Italia distruggono le nostre comunità rurali.

Questo Paese sta perdendo la sua vocazione al lavoro della terra (che ha fatto grande la nostra straordinaria cultura culinaria) per diventare una grande piattaforma di speculazione commerciale che ci vede sempre più deboli ed esposti. Intanto il diritto al cibo (quello sano ed ecologicamente giusto) si va assottigliando mentre i nostri territori rurali si desertificano di  presenza umana rimanendo sempre più fragili.

Ma tutto questo è il lascito della “modernità”? No: è il prodotto del capitalismo del nostro tempo e della mancanza delle alternative. La modernità, nella sua capacità di mettere in campo le straordinarie conquiste della scienza, della tecnica, del meticciato sociale, del grande rimescolamento culturale del nostro tempo ci mette a disposizione strumenti straordinari e nuovi che potrebbero essere una inedita occasione per l’umanità.

Oggi noi abbiamo bisogno di tornare a ragionare di giustizia sociale, di giustizia ecologica, di dimensioni collettive, di processi di comunità, della funzione pubblica della organizzazione civile, di beni comuni perché queste opportunità diventino realmente gli strumenti su cui ricostruire il senso di una civiltà che non si immola in nome della speculazione e dello sfruttamento.

Del resto, non può più farlo, come è chiaro da quello che sta accadendo in questi giorni con la crisi del Corona Virus che stiamo pagando (e continueremo per lungo tempo) con decine di migliaia di morti.

In questo quadro, la terra, il cibo, le risorse tornano ad essere centrali e questioni modernissime. In questo quadro la proposta della Sovranità Alimentare diventa il tessuto su cui restituire a tutti i cittadini una funzione del cibo corretta e un uso dei beni comuni fondati sul rispetto del territorio, sulle relazioni con le comunità, su cicli di produzione/distribuzione/fruizione giusti.

A questo compito ci stiamo dedicando come movimento da oltre venti anni e per questo compito oggi mettiamo in campo lo strumento di Editerra perché, insieme agli altri (in particolare alla Scuola Contadina ed al Centro di Documentazione per la Sovranità Alimentare) sostenga il formarsi e il diffondersi della cultura del cibo giusto, della sovranità alimentare, delle buone pratiche.

Editerra è direttamente espressione di quel movimento che ha animato la capacità di resistenza in tante aree rurali del Paese ma non è uno strumento “settario” che punta a costruire l’ennesimo orticello autoreferente. Al contrario, è uno spazio aperto che nasce come proposta dei contadini mobilitati per difendere il loro diritto a continuare a lavorare la terra e chiama tutti (nelle aree rurali e nelle città) allo sforzo comune anche costruendo “il nuovo racconto che ci serve” e, soprattutto, per raccontare la realtà in maniera trasparente nominando e documentando la condizione in cui siamo precipitati, il valore delle nostre proposte, l’urgenza del cambiamento e la direzione che deve imboccare.

Uno sforzo che non è velleitario ma che si iscrive dentro il quadro del movimento internazionale dei contadini, agricoltori, braccianti e pescatori artigianali che, con i loro tanti alleati sociali, si batte per la Sovranità Alimentare. Un movimento da cui abbiamo imparato molto. Abbiamo imparato, per esempio, il valore della pedagogia sociale come metodo per coinvolgere la società e le stesse aree rurali. Abbiamo imparato il valore prezioso degli strumenti che si mettono in campo come il sindacato e l’organizzazione di reti economiche e produttive che sostengano la libertà e l’autonomia di chi la terra la lavora e il cibo lo consuma.

Editerra è, per noi, uno strumento con un obiettivo prezioso: contribuire, insieme a tutti coloro che ci staranno, a tracciare il perimetro della nuova cultura della modernità della terra. Quella oltre la barbarie di questo capitalismo.

Ci accingiamo a questo progetto con determinazione, consapevolezza e con piacere perché il compito di proporre prodotti culturali, per noi più avvezzi alle pratiche colturali, è certamente una bella e stimolante sfida che il Team di Editerra assolverà con il vincolo di verificare e costruire i progetti fra i contadini e da contadini (con o senza terra).

Lo facciamo con la consapevolezza delle responsabilità di uomini e donne liberi e curiosi e ci guida la massima dei contadini del Movimento Sem Terra del Brasile: “Come contadini ci riprendiamo la parola perché, se noi non lo facessimo, altri lo farebbero per noi ed, allora, il falso uscirebbe dalle nostre bocche”.

Buon lavoro a tutti noi di Editerra!
Buon lavoro agli uomini e alle donne della terra e del mare!
Buona fortuna e buon cammino a tutti!

 

Gianni Fabbris 
Presidente di Altragricoltura Alleanza per la Sovranità Alimentare

 

 

 

 

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